Questo lavoro nasce da un’esperienza personale e riguarda il recupero ed il riuso di oggetti. Prima per necessità, recuperare arredi a costo zero per la mia casa e poi con il tempo questa necessità si è trasformata in esercizio progettuale, non più strettamente legato a soddisfare un bisogno contingente, ma metodo che contamina e ri-disegna la città. La scoperta di intere tribù di cacciatori metropolitani, che come me, esplorano in lungo e in largo i luoghi, svelandone i tesori nascosti e ri-mappando così il territorio, secondo una geografia inconsueta e affascinante. Si parte dunque dal mio diario, da un baule argentino ritrovato in viale Regina Giovanna a una sedia con sorpresa in piazza Usuelli, da una cucina riemersa da una vecchia cantina a una famiglia di cuccume rinvenuta da una involontaria appropriazione di arredi in sosta per trasloco. Questa avventura racconta dei molteplici rapporti che si instaurano con un solo oggetto e il rimando che si stabilisce con più oggetti: lirici, archetipi, codici, poliglotti, densi, incompleti e creoli. Una metodologia questa che somiglia all’idioma pidgin, lingua passe-partout, che decontestualizza gli oggetti portandoli altrove, svuotandoli del significato originario e arricchendoli in maniera trasversale: l’arte, il design, l’antropologia, l’ecologia, l’economia, la produzione e consumo. E da cercatrice, scoprire le possibili deviazioni rispetto al progetto tradizionale che questa metodologia introduce. 

Recupero allora in parte il pro-getto Heideggeriano, nel senso della duplicità dell’affermazione che ricorre spesso in un senso attivo e in uno passivo, dico in parte perché per me la duplicità in questo caso è attiva in entrambi i sensi. Partendo dal pro-iniziale si indica uno sviluppo finalizzato al compimento, “in favore di”, vantaggiosamente e in quanto atto programmatorio si fa garante di un “gettamento”, cioè di un atto creativo che la modernità rintraccia nell’azione ingegnosa di un individuo. Altro significato potrebbe essere quello del pro-, sempre in posizione attiva, cioè “a favore di”, ma questa volta il “gettamento” potrebbe essere inteso come lanciare lontano da sé. Quindi gettare a favore di chi poi ri-progetterà. Mi accorgo che l’incertezza, il non sapere cosa soddisferà il mio bisogno, se troverò qualcosa e come trasformarlo, diventa elemento portante del progetto. Ed è proprio in questo momento di sospensione, che gli oggetti/soggetti affiorano in forme inusitate, si compongono in associazioni impreviste, prendono parola, compiono capriole e salti, pronti a rientrare nella nostra vita. Il progettista-trovatore non può essere impaziente, deve saper ascoltare, prendersi cura dell’oggetto e farlo rinascere. Di conseguenza il tempo non è quello della produzione, ma quello della relazione con gli oggetti, che da tempo abbiamo smarrito.